martedì 18 ottobre 2016

Il mio senso di colpa.





Potrei sembrare una brava ragazza. Ma l'apparenza inganna.
Ti sei consumata,ti sei rovinata.
Non sorridi più,non ridi più.Ti sei 'fottuta',completamente.
Sei morta dentro,sei morta.
E' colpa di quella fottuta rabbia.
Quella rabbia che ho rinchiuso per anni e anni.
Anche il dolore ha avuto il suo spazio.
Ho sempre lasciato che mi divorasse da dentro.
Se ora son fredda è colpa sua.
E' la rabbia che mi ha rubato tutti gli altri sentimenti.
Ma in fondo non è così male.
Essere pelle fuori e ghiaccio dentro.
Il sole non mi raggiunge più da tanto tempo ormai.
Vivo nel freddo del mio corpo razionale.
Ora il mio cuore serve solo a pompare sangue.
Ma, manco quello sa fare.
Non riesce neanche a tenermi in vita.
Se sono diventata così,in teoria è colpa sua.

E' lei che mi ha distrutta.
E' lei che mi ha ingannato.
E' quella fottuta rabbia.
L'unico sentimento che riesco a provare in questi momenti, è l'amore, e anche l'odio, oh si questi ormai fanno parte di me.
Sei assetata di sangue,ti nutri di dolore.
E noi ti abbiamo tolto il nutrimento.

domenica 9 ottobre 2016

UN NUOVO GIORNO





La mia vita è scandita da un orologio. Detesto gli orologi. In camera mia ce ne sono tre: uno con le lancette sul comodino, uno appeso alla parete , un altro, digitale, sulla scrivania. Ce li ha messi mia madre, per essere sicura che non dimentichi. Io non ne avrei mai messi tre in una sola stanza. Detesto gli orologi.
Mi sveglio, è mattina. L’orologio sul comodino segna le 7 in punto. Quello appeso al muro le 7.03. Quello sulla scrivania le 7.05.
Mi alzo. Ho freddo. Sento sempre freddo. Vado in cucina. Lì l’orologio fa le 7.08. 8 minuti avanti, rispetto a quello sul comodino, 5 minuti avanti rispetto a quello appeso al muro, 3 minuti avanti a quello sul comodino. Sto impazzendo.
Mi guardo allo specchio. Sono stanco.
Sorridi, mi dico, e il mondo sorriderà con te. Piangi e piangerai da solo.
E io sorrido, davanti allo specchio. È un sorriso forzato, ma può bastare. Deve bastare. E sorrido. Sono la creatura più sorridente che abbia mai pascolato sulla verde terra di dio. A proposito, mi viene in mente che quand’ero piccolo mia madre mi obbligó a frequentare il catechismo. A me piaceva. C’erano tanti altri ragazzi come me. Non era male.
Ci davano i compiti. Si, al catechismo. Quelli della scuola non bastavano giustamente. Io in ogni caso non li facevo mai. A dire il vero nessuno li faceva. Tranne qualche raro caso disperato. Poi un giorno succede che ci mettiamo a leggere una storia. Parla di un pastore e di un lupo. Ora non ricordo esattamente cosa facessero. La catechista mi guarda. “Chi è il pastore?” mi chiede. Rispondo come avrei risposto alla mia maestra di scuola “È il protagonista della storia”. Stupido, molto stupido. Quando al catechismo ti fanno una domanda del genere la risposta è solo una: Dio.
Ridono tutti, catechista compresa. Abbasso lo sguardo come se avessi fatto qualcosa di male. Ma cosa poi?Continuo a pensarci. La catechista riprende a parlare. Non ho idea di cosa stia dicendo, non la sto ascoltando. Continuo a pensarci. Poi quella si volta verso di me e mi chiede: “qual è il significato della messa?”. Mi ha colto di sorpresa. Non so cosa rispondere. Lei non me ne lascia proprio il tempo. “Forse tu non sai nemmeno cosa sia la messa” mi dice. E calo la testa, di nuovo. Sì quello stupido ragazzino cala la testa, come se fosse colpevole. Ma di cosa? Avanti, tu lo sai. Stupido ragazzino. Parla. Alza la testa. E diglielo! Diglielo! La messa è il rito della chiesa cattolica, della chiesa ortodossa, delle comunità anglicane e luterane in cui si celebra l’eucarestia. Diglielo! È solo una stupida frase!
Non ce la fai. E te ne torni a casa con la testa ancora china, sconfitto. Entri in cucina. L’orologio segna le 19 in punto. 8 minuti avanti rispetto a quello sul comodino, 5 minuti avanti rispetto a quello appeso al muro, 3 minuti avanti rispetto a quello sulla scrivania.
Ti metti davanti allo specchio. Sei stanco, lo so.
Sorridi, e il mondo sorriderà con te. Piangi e piangerai da solo.
È stata la prima volta che ho sentito quella frase.
Sorridere mi ha sempre aiutato nei momenti più difficili, anche se i miei sorrisi erano solo finti. Mio padre lo sapeva. Lui era preoccupato per me. Diceva che me la prendevo troppo, che dovevo sorridere di più, guardare il lato positivo delle cose.
Ma adesso lo vedo il lato positivo. Adesso sorrido sempre, papà!
Peró non è che sia cambiato poi molto. Vivo solo in una prigione più grande.
Una volta mi hanno detto che in acqua un granello di sabbia e un sasso affondano allo stesso modo. Credo significhi che non importa quale il sia il peso di un’azione, ci saranno sempre delle conseguenze. Ma a me non frega niente. Non me ne frega niente delle conseguenze. Io sorrido. Ecco qual è l’importanza di sorridere. Sorrido anche se soffro. 8 minuti, 5 minuti, 3 minuti. Perché ho voluto prendere proprio l’orologio sul comodino come riferimento? Perché?
Sorridi e il mondo sorriderà con te. Piangi e piangerai da solo.

lunedì 26 settembre 2016

Apparenza

Le apparenze possono ingannare

e chiunque può sorprenderti...nel bene o nel male!


che frase banale sembra quasi una bugia


che frase irriverente che sarebbe la mia


guarda ovviamente cosa puoi fare


una frase ti farà cambiare?


ti renderà migliore la vita terrena?


esalterà in qualche modo la tua vitalità?


o sarà semplicemente un modo per dire


che voglio parlare anche io


e dire la mia realtà?



mercoledì 14 settembre 2016

Peace ep.12






Quando riaprii gli occhi, il peso dei pensieri che mi schiacciava sulla poltrona di pelle nera rendeva l'ambiente che mi circondava distorto, come se non lo riconoscessi a prima vista, e mi fossi destato in un luogo ignoto alla mia memoria. Lo sguardo annebbiato mi accompagnava mentre cercavo di mettere a fuoco ogni singolo oggetto nella camera in cui ero capitato: “Devo aver preso troppe di quelle maledette pillole, lo sapevo, devo smettere, oggi smetto... sì, devo smettere” pensai, mentre mi divincolavo con forza dalle braccia della mia mamma, che mi stringeva in grembo donandomi il suo calore e la sua protezione. Frastornato, mi alzai sforzandomi e, andando a sbattere contro il tavolino al centro della stanza, realizzai finalmente di trovarmi nella solita sporca stanza della solita casa della solita via della solita lugubre città. Una sensazione di rabbia mista a un'enorme senso di malinconia mi trascinò sempre più a fondo nelle sabbie mobili che mi stavano inghiottendo, ormai, da tutta la vita. Sentii un'altra pastiglia che scendeva nella mia gola, e un'altra, e un'altra ancora, ed ecco che il vetro attraverso il quale guardavo l'intera realtà andò in frantumi. Un'orribile immagine prese forma nella mia mente. Lasciai cadere il pacco di pillole che stringevo nella mano destra sul pavimento e mi precipitai verso il bagno: ed eccola lì.
Il corpo di mia sorella Maria che sguazzava in un'enorme pozza di sangue si stagliava davanti ai miei occhi. Un imponente senso di debolezza si appropriò del mio corpo e quasi caddi svenuto al fianco di quel cadavere, la cui vista mi trasmetteva un sentimento di infinita incoscienza, di colpevolezza, misto ad un immenso sconforto al quale fu accompagnato il lento scendere di una lacrima sulla guancia sinistra del mio volto.
Mi chinai sulla figura distesa sul pavimento di marmo: gli occhi erano ancora spalancati e la bocca leggermente aperta. Le carezzai la guancia pallida, mentre le mie scarpe, immerse nel sangue, si macchiavano di quel liquido rosso che aveva ormai inondato l'intero pavimento.
All'improvviso un fragoroso rumore rimbombò nella mia testa: BUM BUM BUM... BUM BUM BUM... qualcuno stava bussando alla porta. Mille pensieri mi passarono per la mente in quei pochi secondi: “Chi è adesso? Chi chi chi? E ora? Che faccio? Potrei far finta di non essere in casa...” BUM BUM BUM... “Lasciatemi in pace!” avrei voluto urlare “Che volete da me!”.
BUM BUM BUM... mi slacciai le scarpe pregne di sangue e le posai in un angolo della stanza, uscii, chiusi la porta a chiave che nascosi nella tasca e corsi ad aprire:
«CHI É?» gridai, quando ero ancora nel corridoio che portava alla camera di ingresso
«Sono Giovanni!» rispose una voce al di là della porta, che continuava a tremare incessantemente a causa dei colpi che il visitatore assestava sul legno ormai decrepito.
A quelle parole trasalii. Mi ghiacciai in mezzo alla lunga stanza per qualche secondo. Un brivido corse lungo la spina dorsale, e la vista si annebbiò per qualche secondo:
«A.. a... arr-ivo» balbettai, con il fiato in gola. In quel momento la mia mente fu invasa da un pensiero che mi fece accasciare alla parete ingiallita del corridoio. Le scatole di Cocenia! Non potevo lasciarle dov'erano. Mi fiondai verso la cucina, raccolsi tutti i pacchi di quelle pillole che mi stavano prosciugando, e li gettai nella spazzatura. Mi recai ad aprire la porta, pregando che nessuna prova della mia colpevolezza fosse sfuggita alla mia rapida analisi.
BUM BUM BUM
Levai il chiavistello, mentre la porta continuava a vibrare incessante, e la figura di Sergio si stagliò impetuosa di fronte alla mia:
«Michele!» mi salutò Giovanni appena aprii la porta
«Cosa c'è?» risposi freddamente
«Tutto bene? Sei pallido!»
«Non sto molto bene...»
«Ascoltami, mi trovavo a passar di qua e ho deciso di fare un salto per avvertirti che tua sorella è da un po' che non si fa sentire... stanotte non è nemmeno tornata a casa. Ma non mi fai entrare?» disse stizzito Giovanni, mentre mi tiravo indietro lasciandogli lo spazio per entrare:
«Allora, tu ne sai qualcosa?»
«Nulla»
«E non ti preoccupi nemmeno un po'?»
«É mia sorella, so com'è fatta. É grande ormai, sa cavarsela da sola»
“Lo sa!... Non dirò nulla! Non mi estorcerà una parola di troppo...”. Pensai, mentre guardavo i suoi occhi scuri, che mi divoravano al loro interno e mi lasciavano cadere in una sorta di abisso composto da tutte le mie più nascoste ossessioni e paure.
«Posso offrirti un caffè?» mi rivolsi a Giovanni con un'aria insolitamente generosa
«No, sto a posto così... piuttosto, potrei usare un attimo il bagno?»
Seguì il silenzio per qualche secondo.
«Ehm... n-no» balbettai «alcune tubature si sono guastate proprio ieri ed è chiuso fino a che non arriverà qualcuno a ripararlo» accennai, gesticolando qua e là con le mani, preso dall'agitazione.
Giovanni strizzò gli occhi. Il suo volto si imbronciò ed il suo tono di voce cambiò improvvisamente:
«Un bicchiere d'acqua me lo offri almeno?»
«Certo!»
Entrambi camminammo lentamente verso la cucina. I passi risuonavano nel corridoio, mentre una flebile voce proveniva dal televisore che era ancora acceso dalla notte precedente. Arrivati in cucina, non si poteva fare a meno di notare il disordine imperante nell'ambiente. Una grande pila di pentole, piatti e posate si trovava nel lavabo, pronta per essere lavata. Residui di cibo e briciole di chissà cosa invadevano i mobili ed i fornelli:
«Scusa il disastro, non ho quasi mai ospiti...» dissi, cercando di distrarre Giovanni, che stava osservando minuziosamente ogni angolo della stanza. Non rispose.
Aprii la credenza, agguantai un bicchiere ed in fretta mi recai verso il lavandino: “Presto, vai via! Vattene... fuori dai piedi!”.
«Perdonami, ho finito l'acqua in bottiglia...» cercai di scusarmi, dopo aver riempito il bicchiere.
«Non preoccuparti» rispose Giovanni insolitamente tranquillo, ed in un sol sorso trangugiò l'intero contenuto del bicchiere.
«Mentre bevevo, mi era venuta in mente una cosa che dovevo dirti...» si pronunciò all'improvviso Giovanni... tutto tacque per qualche istante, fino a che non continuò, dopo aver sospirato profondamente: «Peccato che me lo sia dimenticato, sarà la prossima volta. É ora che vada.».
A quelle parole mi sentii enormemente più leggero, quell'incubo stava finalmente per finire. Dopo che Giovanni ebbe posato il bicchiere, lo accompagnai velocemente alla porta d'ingresso, quasi spingendolo per la troppa foga, aspetto al quale anch'egli fece caso ed infatti si pronunciò in un piccola smorfia di fastidio, appena arrivati sull'uscio.
«Ciao Michele, scommetto che ci rivedremo presto...»
«Ciao!» risposi, quasi sbattendo la porta, ma cercando di mantenere il più possibile il controllo delle mie azioni.
Mi sedetti sulla poltrona nera su cui ero solito passare le mie giornate, con la TV davanti a me che emetteva suoni a cui nemmeno prestavo attenzione, a causa delle ansie di cui mi facevo carico: “Lo sa! Lo sai sicuramente!” pensai “Glielo si leggeva negli occhi... e poi, perché avrebbe dovuto dire «scommetto che ci rivedremo presto»... sa già tutto!”. Estrassi dalla tasca gli ultime pillole che mi erano rimaste e le ingoiai in un sol colpo. Mi alzai di scatto, dirigendomi verso la cucina per controllare che per terra non ci fosse nulla che avrebbe potuto incastrarmi. Osservai con cura ogni mattonella, ogni angolo buio, ogni mobile. Nulla.

Tranquillizzato e stanco, tornai nel salone, passando per il corridoio ed eccolo lì. I miei occhi si posarono su qualcosa che mi fece rabbrividire...: un cerchio, due righe ed un numero erano disegnate, rosso sangue, sulla parete del corridoio.

venerdì 5 agosto 2016

La storia dei due lupi

La storia dei due lupi: Una sera un vecchio Cherokee narrò 

al suo nipotino la storia della battaglia che si perpetua 

all'interno delle persone. Disse: “Figlio mio, la battaglia è tra i 

due “lupi” che vivono all’interno di tutti noi. Uno è cattivo. 

È rabbia, invidia, gelosia, dolore, rammarico, avidità, 

arroganza, autocommiserazione, colpa, risentimento, 

inferiorità, menzogna, falso orgoglio, superiorità e ego. L'altro

 è buono. È gioia, pace, amore, speranza, serenità, umiltà, 

gentilezza, benevolenza, empatia, generosità, verità, 

compassione e fede.” Il nipotino restò a pensarci per un 

minuto e poi chiese al nonno: “Quale lupo vince?” Il vecchio 

Cherokee rispose semplicemente: “ Quello a cui si da 

mangiare.”

giovedì 4 agosto 2016

Peace ep. 11

Sergio è in collera con me.
Lo sento.
Ho sbagliato tutto.
Avevo un compito da svolgere e ho fallito.
Mi guarda.
Coi suoi occhi bicolori mi osserva.
E mi giudica.
"Quindi sono scappati"
"Si signore."
"L'intera squadra ha reagito come se si aspettasse che tu arrivassi ed è fuggita giusto?"
SI.
"E tu non hai idea di come sia potuto succedere, sbaglio?"
"Ho sottovalutato i miei avversari, sono saliti in macchina e prima che potessi prenderne una per inseguirli erano troppo lontani."
Mi osserva.
Mi giudica.
Perdente.
Sono un perdente.
Mi gira la testa.
"Va bene"
"Ora puoi andare, ti darò le disposizioni per il tuo prossimo incarico"
Posso andare, per adesso sono salvo.
Mi gira la testa.


Povero Ale. 
Era terrorizato, e ne aveva motivo. Doveva uccidere un civile, un giochetto da ragazzi per un essere con le sue capacità.
Sta prendendo troppe pillole, non è stabile.
Eppure il piano è andato esattamente come avevo previsto.
Dovevo saggiare le difese della squadra, e sono fragili, molto più di quanto loro stessi vogliano far credere.
Quel Giovanni è stato fortunato, ma non ha idea delle persone con cui si è messo ad indagare, povero piccolo stupido umano.
Sergio prese una bottiglia di Vodka che Ale aveva lasciato sul tavolo.
Ora spetta a loro la prossima mossa, capire come agire, come trovare l'assassino.
Stupidi.
Non lo troveranno mai, quando le persone cercano qualcosa di anormale, di indefinito, folle, tralasciano i particolari più ovvi.
Un'espressione del viso, un modo di guardare, ogni persona nasconde un mostro dentro.
Alcuni un simbolo, un potere, invisibile per loro, ma quando si paleserà davanti ai loro occhi, sarà troppo tardi.
Se solo sapessero come stanno realmente le cose.
"Le parole sono la forza, il simbolo è la mia croce" disse.
"Alla salute".


"Che giornata stressante, chi lo dice che Torino sia una città fredda? Oggi si moriva dal caldo, e poi il traffico.

Torino sta diventando insostenibile!"
Ramon Salazar, impiegato di trentacinque anni, stava tornando a casa in una serata stranamente calda, nonostante lavorasse in un modesto ufficio come segretario, prese il suo ascensore privato che lo portò in un attico.
Le splendide vetrate dell'attico illuminavano di fioca luce rossastra i mobili dando l'impressione ti trovarsi su di un altro pianeta.
Una doccia era quello che ci voleva per togliersi di dosso quella giornata insignificante.
Il bagno era come ogni cosa in quell'appartamento, esagerato, rubinetti d'oro e la vasca in marmo giganteggiavano dando al tutto un'aspetto ridicolmente esagerato.
Ma quando apri' l'acqua della vasca, raggelò.
Sangue.
Un liquido scuro, denso, usciva a fiotti dal rubinetto.
"Ma che cazzo!"
Ramon si girò e vide che anche gli altri rubinetti si erano aperti volontariamente facendo uscire quella poltiglia vermiglia.
"No-non è possibile"
"Lo è eccome Ramon"
Una voce
Una voce nella mia testa.
Ramon scappò in salotto e lo vide.
Una figura scura, che guardava fuori dalla finestra.
" Ti sei sistemato proprio bene Mr. Salazar, non male questo posto con lo stipendio che ti ritrovi,ci arrivi a fine mese?"
"Perchè sei qui?"
"Perchè sono qui...lo sai"
" Non ti abbiamo fatto nulla, Sergio..la colpa è di Sergio!"
" La colpa, la colpa va divisa con tutti, e Sergio avrà la sua parte in tutto questo quando finirà"
Ramon provò a saltargli addosso, ma la sua figura svani' come se non fosse mai esistita.
Poi fu tutto nero.

venerdì 1 aprile 2016

Peace ep. 10






Il solito caffè annacquato attendeva di essere bevuto sul piccolo piatto ancora sporco dal giorno prima. Vera ci rovesciò dentro più zucchero di quel che era solita versare, quel giorno era insolitamente inquieta. Mentre si portava la tazza alla bocca, notò che la mano tremava, tanto da far cadere alcune gocce di caffè sulla t-shirt e sulle scarpe:
«Noo...» bisbigliò, mentre afferrava prontamente un fazzoletto cercando di rimediare al danno.
-Cominciamo bene la giornata- pensò.
Diede un'occhiata all'orologio, rapidamente si infilò il cappotto, chiavi e via per la strada che l'avrebbe portata al quartier generale dove quotidianamente si riuniva la squadra per discutere su quello che era riuscita a scoprire sui vari omicidi che dilagavano in città.
La pioggia cadeva incessante sul marciapiede, i nuvoloni scuri oscuravano completamente il fioco sole di febbraio.
Il killer poteva essere dietro l'angolo, mentre Vera accelerava il passo il pensiero che da un momento all'altro sarebbe potuta passare da detective a vittima del suo stesso caso imperava nella sua testa.
Accelerò, accelerò ancora, stava per svoltare, ancora un altro passo e:
«Aaah!» gridò
«Stia più attenta!» disse in tono seccato un uomo contro il quale Vera aveva urtato per la troppa fretta, mentre si sistemava la giacca nera. Vera non prestò molta attenzione alle parole dell'uomo, voltò il capo e proseguì lungo la propria strada.

«Allora si può sapere cosa volete?» sbraitò Alek sbattendo un pugno sul tavolo dietro il quale si stendevano silenziosi Carlo, Giovanni ed il maresciallo Fumagalli, con le mani dietro la schiena e gli occhi che fissavano quelli di Alek senza battere ciglio.
In un angolo della stanza, all'ombra dell'unica e debole luce di un neon bianco che pendeva dal soffitto, si trovava Michele Ramino, seduto su una sedia di legno, con le braccia conserte e lo sguardo perso nel vuoto.
Giovanni alzò gli occhi verso l'orologio a muro che segnava le 9:30 di mattina:
«Vera non sembra arrivare, sarà meglio cominciare... siediti Alek, facciamo due chiacchiere.»
Alek avvicinò a sé una sedia con un piede, e con aria scocciata si sedette davanti il tavolo:
«Sigaretta?» domandò il maresciallo Fumagalli mentre con due dita reggeva una cicca:
«Sì» si limitò a pronunciare Alek, prendendo la sigaretta e portandosela alla bocca:
«Allora Alek dimmi un po'...» riprese Giovanni mentre Fumagalli con un accendino accendeva la cicca che gli aveva offerto: «Date le ultime circostanze, gli ultimi eventi che si sono venuti a verificare, sono costretto a porti qualche domanda: fai abitualmente uso di Cocenia?»
«COSA? Cosa andate blaterando... e anche se fosse? Come potrebbe mai interessarvi?»
«Rispondi alla domanda»
«Sì, allora? Qual è il problema?»
«Vedi Alek, in uno dei vari omicidi, tempo fa, sono state trovate scatole di Cocenia completamente vuote, siamo abbastanza certi che nella nostra squadra ci sia una talpa, sai no? Quelle che vivono sottoterra e non vedono mai la luce del sole...»
«E quella cosa sarei io? Siete pazzi...»
«Fa' silenzio!» gridò Giovanni «TU! Vieni qui!». Indicò Michele con un cenno del capo. Come svegliatosi da un coma, Michele alzò gli occhi e, trascinando la sedia su cui era seduto al fianco di Alek, pronunciò due semplici lettere:
«No»
«No cosa?» disse Giovanni stranito
«Non faccio uso di Cocenia»
Gli occhi vuoti di Michele guardavano le pupille di Giovanni con un'aria di sfida, mentre la figura di Carlo, che si stendeva imperiosa dietro il tavolo, non faceva trapelare nessuna emozione. Il suo volto era immobile, si limitava ad osservare, come se stesse assistendo ad uno spettacolo di teatro.
«Volete solo buttarci fuori da questo caso, volete tutto il merito! Sì, già immagino il futuro, le prime pagine dei giornali con titoli del calibro di “Due detective tra gli eroi del nostro tempo”. Ma non avete capito che non ne avete le capacità? E neanche io le ho, nessuno probabilmente le ha. Abbiamo istituito questa squadra con il solo e unico scopo di porre fine a questa psicosi, a questo virus che vaga per l'aria dell'intera città.»
Il discorso di Alek non faceva una piega, e Giovanni e Fumagalli lo sapevano meglio di chiunque altro.
“Bum bum bum”
Qualcuno bussava alla porta, che si aprì facendo entrare un filo di luce che scomparve immediatamente.
La luce del neon illuminava la figura di Vera, fradicia a causa della pioggia:
«Scusate il... cosa sta succedendo qui?»
«Vieni Vera, siediti qui con noi...» le propose Fumagalli, mentre cercava una sedia dove poterla far accomodare.
Approfittando della confusione dei presenti, Michele si palpò le tasche e, notando che portava con sè un pacco di Cocenia dal quale non riusciva mai a separarsi, lo gettò sotto il tavolo, con immenso dispiacere dato solo dal fatto di essersi distaccato dalla sua ragione di vita.
«Cosa c'è?» domandò Vera
«Vieni qui ho detto!» disse Giovanni alzando il tono di voce che sembrava intepretare il ruolo di poliziotto cattivo
«Ti conviene ubbidire» ribadì Fumagalli, quello “buono”
Vera ubbidì, recandosi innanzi al tavolo:
«C'è qualcosa che non va?»
«Perché questo ritardo?» controbatté Giovanni
«Pioggia»
«...»
«Non vorrete mica riprendermi per un ritardo?»
«Non è questo il problema»
«E qual è allora?»
«Fai uso di Cocenia?»
«CoCHE?»
«Non fare la finta tonta»
«No e non ho idea di che cosa si tratti»
«Io me ne vado... che cosa ridicola»
Alek si incamminò verso la porta, allungò la mano sulla maniglia:
«Tu non vai da nessuna parte!»
Alek si sentì tirare la spalla, si voltò e cadde al suolo dopo un gancio di Giovanni dritto nello stomaco. La vista si appannò, il suo sguardo rivolto contro il tavolo, con le mani sul pavimento mentre cercava di rialzarsi:
«CHE CAZZO FAI?» gridò Vera
Alek si alzò di scatto, si recò verso il tavolo, lo spostò violentemente e lo sguardo di ognuno dei presenti si illuminò:
«Cos'è quello?»
«É...»
«...Una scatola di Cocenia...»
«Ma si può sapere cos'è sta roba?»
L'intera squadra circondava quell'unica scatola, un'infima e apparentemente inutile scatola che come una calamita sembrava attirare ogni uomo:
«Lo sapevo... lo sapevo... lo sapevo!» disse Alek «É vostra!» non sapeva bene a chi si stava rivolgendo.
Alek con gli occhi che gli uscivano fuori dalle orbite fissava la scatola, Giovanni e Fumagalli cominciavano a dubitare gli uni degli altri, Vera con aria stranita incrociava gli sguardi di ogni (oramai) ex-compagno e Michele, seduto, sulla sedia di legno che scricchiolava sotto il suo peso, accennava un misero sorriso sul volto:
«Mh...»
La vista della confezione di pillole colpì persino Carlo, sul cui volto era apparsa un'espressione mista a stupore e preoccupazione.